ESPERIENZE DI IMMERSIONE (E VIAGGIO)
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BALI
Siamo a Sanur, nella parte meridionale di Bali, a poca distanza dalle isole di Nusa Penida e Nusa Lembongan,
nostre mete di immersione.
Ad essere sinceri ci sembra di essere 'in immersione' anche quando camminiamo per la strada: il tasso di
umidità è altissimo e le magliette sono perennemente inzuppate; alla sera le sciacquiamo e le stendiamo
diligentemente...per ritrovarle esattamente identiche al mattino dopo...sembra siano appena uscite da
una lavatrice-sola (nel senso di: sola = fregatura) nella quale è stata del tutto omessa la funziona 'centrifuga'.
Le immersioni, quelle vere, sono piuttosto impegnative.
Spesso troviamo forte corrente e il mare è quasi sempre mosso. Ma sotto lo spettacolo e’ fantastico. Vediamo, oltre alla consueta moltitudine di pesci di barriera, anche squali e mante e sperimentiamo per la prima volta le correnti ascensionali la cui gestione, all’inizio, si rivela un po’ difficoltosa.
Tutte le mattine, prima di arrivare sul punto di immersione, Hari ferma la barca in mare aperto e chiede
per tutti noi la benedizione degli Dei. Adagia sull’acqua un cestinetto nel quale depone un fiore di
loto, un bastoncino acceso di incenso, un mucchietto di riso e un biscotto. Poi recita una preghiera.
E’ un rito toccante che, dopo lo stupore iniziale, ti porta inevitabilmente a riflettere.
Tulamben si trova invece nella parte orientale di Bali.
C’e’ un solo albergo, il Mimpi Resort, isolato dal resto del mondo.
Qui l’attrazione principale e’ il relitto del Liberty, un mercantile armato statunitense silurato nel ’42
da un sottomarino giapponese.
La spiaggia e’stretta, leggermente inclinata e costituita da grossi ciottoli grigio scuro. Niente sabbia
e acqua cristallina.
Dal diving dell’albergo ci si dirige a piedi, camminando sulla spiaggia, circa 150 metri a nord e da lì
si inizia l’immersione.
Quando arriviamo in spiaggia, ci vengono incontro alcune ragazze e si offrono di trasportare tutta la nostra
attrezzatura sino al punto di immersione.
Ci chiedono 1 dollaro a persona e, francamente, siamo un pò titubanti; non ci sembra corretto caricarle
come muli da soma. Tuttavia il responsabile del diving ci fa presente che è un lavoro come un altro e
che qui le donne sono abituate a trasportare carichi ben più pesanti e per più volte al giorno.
Detto fatto le due ragazze arrotolano una salvietta sulla testa poi, aiutandosi a vicenda, issano sul capo
le bombole, fissano la cintura dei piombi in vita, mettono a tracolla i jackets e tengono in mano gli erogatori.
Camminano spedite sulla spiaggia con i ciottoli che ruzzolano sotto i piedi.
Roba da non credere! Noi, nel frattempo, caracolliamo al loro seguito. Indossiamo i calzari ma facciamo
quasi fatica a stare in piedi. E il bello è che abbiamo in mano solo le pinne! Dire che ci sentiamo
due vermi è poco... Claudio fa lo 'spiritosone' e mi informa che al ritorno in Italia le donne di
Mare Blu (allieve e staff) dovranno imparare e si dovranno attrezzare (non è chiaro se pensi di pagare
anche il famoso dollaro)...comunque lo sfido a proporre la cosa e lo avviso che ben difficilmente riceverà
una standing ovation!
Il relitto del Liberty e’disteso quasi parallelamente alla costa; la prua e’ quasi affiorante mentre la
poppa si trova a 30 metri di profondità. E’ completamente incrostato di corallo e popolato da una
miriade di pesci di diverse qualità. E’ lungo in tutto 100 metri ma è spezzato in più punti ed è quindi
facile entrarvi.
Molto bella è anche la parete dalla parte opposta della baia che precipita per circa 40 metri su un fondale sabbioso.
Poco a sud di Tulamben vi è un’altra località poco nota: Amed.
Ci assicurano che l’immersione merita.
Pochi anni fa la zona era stata completamente devastata dalla pesca effettuata con gli esplosivi poi,
dopo l’intervento del Governo e gli indennizzi pagati ai pescatori in cambio del divieto di utilizzare
la dinamite, i fondali sono rinati e ora è uno dei più bei punti di immersione a Bali.
Saliamo in machina e, anche qui, i ragazzi del diving si fermano strada facendo davanti ad un altarino per
fare la loro offerta agli Dei.
Raggiungiamo il punto di immersione su di una minuscola barca a bilancere la cui larghezza è purtroppo
nettamente inferiore a quella del mio posteriore. Però, siccome 'mal comune è mezzo gaudio’ mi
consolo visualizzando mentalmente il momento in cui Claudio dovrà a sua volta disincastrarsi.
’SE’ riuscirà ad alzarsi ho la matematica certezza che fara’ ’ploppp’ come un tappo di sughero tolto
energicamente dalla bottiglia.
Sotto di noi la parete
è spettacolare e cade sino a 35 metri. Tutta l’immersione avviene in corrente ed è entusiasmante.
Ma due settimane volano. Il nostro amico taxista, assoldato in virtù della sua intraprendenza e
simpatia, tutti i pomeriggi macina chilometri sulle strade asfaltate ma piene di buche e ci porta a
scoprire paesaggi mozzafiato, tra montagne e vallate terrazzate a risaie.
Cosa dire di Bali?
Un mare straordinario, un verde che ti riempie gli occhi, un popolo semplice e
gentile, un senso di libertà e di serenità che ti rimane dentro...per sempre.
SEYCHELLES
Idillici paesaggi da cartolina ma … prezzi da nababbi.
Ecco il motivo per cui questo viaggio non era mai stato preso in considerazione. Tuttavia, al termine
di un’immersione, chiacchierando con due ragazzi vagabondi come noi, scopriamo che, in realtà, se
si evitano i mega hotel all-inclusive, la cosa è fattibilissima.
Due mesi per organizzare il tutto e SI PARTE !
La nostra meta è MAHE’.
E’ l’isola più popolosa dell’arcipelago delle Seychelles, lunga circa 27 km e larga tra i 3 e gli 8 km.
Il villaggio di Beau Vallon è famoso per la lunghissima e bellissima spiaggia di sabbia bianca.
Un tempo questa spiaggia era la più rinomata e quindi la più affollata delle Seychelles, ma oggi la
maggior parte dei turisti in cerca di mare e di sole preferiscono le isole di Praslin e di La Digue
(dove però le immersioni sono solo mediocri).
Dall’aeroporto prendiamo un taxi e ci facciamo portare al mitico Le Pti Payot situato a Marie Anglaise,
nell’estremità settentrionale della spiaggia di Beau Vallon.
Il resort (parola grossa!) consiste in 5 deliziose villette indipendenti, circondate da un giardino
tropicale, costellato da formazioni rocciose. La nostra villetta ha una veranda da cui si domina la
baia e, cosa importantissima, ha una cucina che e’ piu’ grande di quella di casa mia. Questo fatto
fa gongolare Claudio; già si vede all’opera ai fornelli alle prese con il “pescato quotidiano”.
Il pomeriggio del primo giorno vola. Scopriamo che, qui a Marie Anglaise, per fare la spesa possiamo
contare su delle micro-botteghe gestite da indiani e aperte praticamente 24 ore. Hanno di tutto.
Basta aprire i grossi congelatori a pozzetto ed esce carne di manzo, maiale, pollo, ...
Ci spiegano che fa troppo caldo e che quindi non si vende carne fresca il cui consumo è, tra l’altro,
limitato ai pochi che se lo possono permettere. La base dell’alimentazione dei locali è in effetti
costituita dal pesce.
Lungo la strada, su bancarelle di legno improvvisate, i pescatori si alternano, man mano che rientrano
con il pescato. Basta indicare che cosa vuoi e in battibaleno pesano, puliscono, lavano e consegnano
il pescione (sì, perchè la stazza media è veramente grossa!).
La famosa spiaggia di Beau Vallon e’ veramente stupenda e, incredibile, benché sia alta stagione, ci
sono pochissimi turisti (probabilmente bazzicano le spiaggie private degli hotels).
Il padrone di casa è letteralmente fuori di testa. Ci ha accolti a braccia aperte, come se ci
conoscesse da 10 anni (in effetti ci siamo solo scambiati 4 fax e neanche ha voluto un acconto...).
La sera del nostro arrivo ci invita a cena a casa sua. Lui vive li’, nella sesta villetta, la piu’
grande, quella che domina dall’alto della collina tutte le altre.
Ci tocca mangiare un tonno enorme che, haime’, non sa di pesce (e ancor meno sa di tonno!).
Già, perche’ il nostro chef lo cucina alla griglia, alla creola. Lo riempie cioè di spezie di mille
sapori e di mille odori e, alla fine, lo cosparge con una salsa (dice che si chiama rougaille) a base
di pomodoro e poi ancora spezie. Il contorno e' costituito da riso bollito e spicchi di mango.
MMMHHHMMM … buono, nulla da dire, ma … vuoi mettere un bel pesce alla griglia senza salse strane ?
Claudio gli comunica che la sera successiva saremo noi a invitare a cena lui; cucina italiana,
spaghetti e vero pesce ... sottolinea la parola VERO come se quel poveretto ci avesse propinato
della plastica !
Comunque ringraziamo per l’ospitalità e chiediamo informazioni per noleggiare una macchina.
E’ davvero gentile, si offre di farci trovare la nostra macchinetta all’ingresso del resort per l’ora
di pranzo del giorno dopo, quando rientreremo dall’immersione. Ci sconsiglia comunque la
Mini Moke, l’automobile simbolo delle Seychelles. Dice che tutte quelle macchine hanno
qualche difetto meccanico, sono depotenziate e vanno bene giusto per i turisti ! (deve essersi
ormai convinto che ci confondiamo benissimo con i locali...)
Il Diving (Big Blue Divers) si raggiunge a piedi in cinque minuti. E’ gestito da una signora
tedesca molto ... tedesca, appunto!
Come sempre la prima immersione è da Open Water, ma nei giorni successivi scopriamo un vero paradiso.
Qui non c’è una vera barriera corallina. I coralli crescono sparsi tra le formazioni di roccia granitica.
Alcune immersioni sono vicine al litorale, altre sono più distanti e si svolgono su massi di granito, al largo.
Tra le tante, una in particolare ci è rimasta impressa: Shark Bank.
Il fondale è di circa 30 metri. In genere c’è corrente. Un enorme pilastro di granito si erge dal
fondo e poi si allarga. Sulla sommita’ vi sono altri grossi massi che creano un ambiente tutto grotte
e anfratti.
Intorno solo il blu dell’oceano e... che cosa si può desiderare di più ? Razze, mante, squali, tonni, cernie.
Le pareti sono ricoperte da spugne di tutti i colori e da gorgonie bianche.
Tra un’immersione e l’altra visitiamo anche l’isola. Le montagne nell’entroterra sono veramente belle e
la strada statale che corre per buona parte lungo la costa offre scorci spettacolari.
Di queste splendide isole in Italia conosciamo i paesaggi da sogno, le bellezze tropicali, le spiagge
magiche, le lagune e gli hotels faraonici reclamizzati sui depliants turistici; ma la realta’, per
chi vive là, è ben diversa.
Non ci aspettavamo tanta povertà. Nei supermercati della capitale, Victoria, gli scaffali piangono.
Sembra strano, ma ti fai un’idea di come vive la gente proprio visitando i supermercati.
Il tenore di vita della maggior parte della popolazione creola è decisamente basso ed il costo della
vita è spropositato. L’economia del Paese si basa sul turismo e sull’industria ittica.
La gente ci parla di un Governo corrotto, della mancanza di infrastrutture, di un sistema e di
un’assistenza sanitaria del tutto inadeguati.
Nel nostro immaginario le Seychelles rimangono un Paradiso e sono, indubbiamente, tra le piu’ belle
isole del pianeta, ma non scordiamoci che, purtroppo, c’e’ dell’altro.
INDONESIA: Manado, Bunaken, Tana Toraja
Eccoci a Manado. L’aereo da Singapore e’ arrivato puntualissimo.
Usciamo dall’aeroporto e vediamo il nostro contatto; e’ un ragazzo giovane e sventola un cartello con i
nostri nomi. Si presenta come il Manager dell’Hotel e ci accompagna al parcheggio dove ci aspetta una
specie di Prinz. Il Manager viene colto da un attacco di panico: siamo in 3 con due valige che
valgono, per dimensioni, quanto altre due persone. Ovviamente non c’è il portapacchi.
Cerchiamo di rassicurarlo e troviamo li modo di incastrarci nell’auto con i bagagli che ci sovrastano.
Poi il ragazzo, un po’ titubante, ci informa che in albergo vi sono altri ospiti. Dice che fanno parte
di una squadra di calcio proveniente da Irian Jaya e che si trovano a Manado in ritiro.
Prosegue dicendo che, a parte loro, noi siamo gli unici ospiti dell’albergo. A dirla tutta, il Presidente
della squadra di calcio voleva tutto l’hotel per i giocatori, i tecnici, i medici ed il resto dello staff
ma, visto che noi avevamo prenotato due mesi prima, alla fine, seppur a malincuore, si era dovuto rassegnare.
Tra l’altro sembra che l’unica stanza con aria condizionata del Kolongan Beach Hotel sia stata riservata
a noi anziché a lui ……’He is really very disappointed’……conclude il Manager.
Leggo sul volto di Claudio la solita muta e disperata domanda dei momenti difficili; 'ma perche’ cavolo
non hai prenotato tramite un tour operator italiano come fanno tutte le persone normali ?'
Quando arriviamo all’albergo e’ quasi buio; della squadra di calcio nessuna traccia (e neanche del
'disappointed' Presidente).
Siamo un po’ cotti e quindi facciamo una doccia e andiamo a dormire.
Il mattino dopo … sorpresa … Ore 5.30; dei fischi laceranti squarciano l’aria interrompendo il nostro
beato sonno. Guardo fuori dalla finestra. Il giardinetto centrale, intorno al quale si aprono le porte
delle camere, e’ affollato di ragazzoni di carnagione scura, in pantaloncini e canotta. Fanno ginnastica
al ritmo di un fischietto che, appeso al collo dell’allenatore, si trasforma, per quanto ci riguarda,
in un’arma letale. Il rito si ripetera’ tutti i giorni successivi. E pensare che doveva essere una
settimana rilassante !
Però la convivenza con gli atleti si rivela piacevole e divertente. Per due giorni ci guardiamo e ci
studiamo, reciprocamente incuriositi; poi il loro Presidente, con un gesto di magnanimita’ e perdono
(beh, in fondo gli avevamo fregato la stanza !) dopo cena ci invita al loro tavolo e a questo punto
il ghiaccio e’ rotto.
Passiamo il resto della serata a disegnare su tovaglioli di carta approssimate cartine del mondo,
dell’Europa e dell’Italia per fargli capire da dove veniamo. Grandi sorrisi e cenni di assenso; loro
disegnano tutta l’Indonesia e ci raccontano della loro isola e delle loro famiglie. Ci fanno anche
assaggiare degli strani dolcetti fatti in casa.
La conversazione e’ un po’ difficile; parlano un inglese minimale, ma c’è un linguaggio inequivocabile,
quello del cuore, che ti consente di entrare in sintonia e di capirti con chiunque, basta volerlo.
Il Mapia Resort, dove si trova il Celebes Diving e’ abbastanza vicino ed e’ gestito da italiani.
Sono fantastici !
Il parco marino di Bunaken e’ straordinario per la ricchezza e la biodiversita’ dei reefs.
Fa parte del cosiddetto 'Triangolo d’oro', la zona dell’Indo-pacifico considerata l’epicentro mondiale
della biodiversità, i cui vertici sono costituiti, a grandi linee, da Papua, Filippine e Malesia.
La microfauna di questo posto ha dell’incredibile: pesci simili a merletti, granchi, rarissimi nudibranchi
e il famoso ghost pipe fish. E’ un ecosistema possibile grazie alla temperatura dell’acqua che
ha una media costante di 29-30 gradi, all’abbondanza di plancton e al fatto che i mari intorno a questa
zona raggiungono profondità elevatissime anche a pochi chilometri dalla costa, rendendo possibile un
continuo ricambio di acqua, pulita e ricca di nutrimento.
Anche la baia di Manado, dominata dall’isola vulcanica di Manado Tua e dal vulcano Klabat, e’ veramente
suggestiva.
Alla quarta immersione ci imbattiamo nel mitico cavalluccio marino pigmeo. Il nostro divemaster
indonesiano e’ bravissimo: ci indica ripetutamente il punto in cui si trova. Io non vedo niente !
Di nuovo si sbraccia e indica … boh, sa il Cielo che cosa !
Per non fare la figura della tonta baro
spudoratamente e annuisco gioiosa, probabilmente con un’espressione un tantino troppo idiota.
Lui capisce che non ho ancora visto un tubo e allora mette la sua mano dietro al microcavalluccio … finalmente
lo vedo ! (ma dai !!! era piccolo come l’unghia del mignolo !!).
Ma non siamo venuti fin qui solo per andare sott’acqua. L’isola di Sulawesi e’ molto estesa; il
territorio e’ di circa 227.000 km e si estende tra il Kalimatan e le Molucche.
Dopo una settimana a Manado, tra i bofonchi di Claudio, che ormai aveva trovato il suo habitat, e gli
abbracci dei calciatori, prendiamo un aereo per Ujung Pandang (sud di Sulawesi) e ci trasferiamo nella
regione di Tana Toraja.
Qui vivono i Toraja, una minoranza etnica le cui tradizioni, abitazioni e cerimonie sono uniche al mondo.
Si narra che questo popolo giunse dal nord, dal mare, e si stabilì inizialmente nella parte costiera.
Poi l’arrivo di altri popoli li costrinse a rifugiarsi nelle montagne. Forse proprio per questo motivo
le loro straordinarie abitazioni, chiamate tongkonan, costruite su palafitte, sono caratterizzate da un
tetto imponente che ricorda un’imbarcazione. Le estremità rialzate rappresentano la prua e la poppa.
Secondo la leggenda, i Toraja portarono le loro imbarcazioni sulle colline e le capovolsero per usarle
come riparo.
La regione di Tana Toraja e’ molto vasta e di una bellezza selvaggia, tuttora incontaminata.
I mercati delle cittadine sono una baraonda di colori e di suoni.
Numerosissimi i maiali – tutti legati a terra con fasce di bambù affinche’ i compratori possano esaminarli
a loro piacere - e i bufali, simbolo di prestigio sociale. Sono gli stessi animali che verranno
sacrificati durante le cerimonie funebri.
I Toraja sono venuti in contatto con il mondo occidentale solo all’inizio del XX secolo; per la maggior
parte sono tuttora animisti e praticano il culto degli antenati e degli spiriti.
Credono che, in assenza di adeguati riti funebri, lo spirito del defunto procurera’ disgrazie alla sua famiglia.
Celebrano in genere due funerali; uno subito dopo la morte e l’altro dopo che è trascorso un periodo di
tempo sufficiente per portare a termine tutti i preparativi (a volte passano anni). Il corpo del
defunto – imbalsamato – rimane nella casa in cui e’ avvenuto il decesso fino al funerale finale.
Per tutto il periodo viene regolarmente cucinato del cibo da offrire al defunto e, se di stirpe nobile,
un accompagnatore/guardiano gli resta accanto sino al giorno della sepoltura.
Rendere visita a un defunto è un onore e, infatti, la nostra guida ha pensato di renderci omaggio portandoci
a casa sua dove, avvolta in un tappeto, si trovava – da circa due anni - la salma si suo nonno.
…… ma questa cosa l’abbiamo capita quando ormai era troppo tardi per avere una qualsiasi reazione...
Comunque, prima di andarsene, bisogna ricordarsi di ringraziare il defunto e bisogna chiedergli il
permesso di congedarsi.
Nel nostro caso, ci è stato chiesto di scattare anche una foto per testimoniare
che il nonno era ancora parte integrante della famiglia.
I Toraja credono che le anime dei defunti giungano in Paradiso a cavallo dei bufali e dei maiali che
sono stati immolati durante la cerimonia funebre.
Piu’ importante è il defunto e maggiore è il numero di bufali che si devono sacrificare.
Le cerimonie funebri durano diversi giorni e coinvolgono centinaia di ospiti e... di turisti.
Tutti devono portare dei doni. Nel corso del nostro tour, siamo stati invitati ad una cerimonia e,
per non offendere nessuno, abbiamo accettato portando in dono una stecca di sigarette (sorvolo sulla
precedente, animata discussione sul “che cosa gli portiamo?”, ... era stata surreale).
Danze tradizionali, canti e sacrifici si sono susseguiti ma, quando è iniziata la preparazione dei
maiali, fiammeggiati su di un falò, sventrati e tagliati a pezzi per essere cucinati (il tutto a 2
metri di distanza da noi), io ho ringraziato calorosamente per l’onore concessomi e mi sono dileguata.
I Toraja pensano anche che si possano portare nell’Al di Là i propri averi e quindi i defunti vengono
sepolti con molti oggetti di valore in nicchie e caverne scavate nella roccia.
All’ingresso, sulle
balconate, vengono posizionati i 'tau tau', statue in legno a grandezza naturale che rappresentano
i defunti.
Abbiamo trascorso quattro giorni in giro per questa regione poi, un po’ frastornati, siamo rientrati
nel cosiddetto “mondo civile” ... gli shopping centers di Singapore.
MESSICO: dal Chiapas allo Yucatan
Misteriosi villaggi indigeni che conservano costumi, credenze e tradizioni introvabili in altri paesi.
Antiche città Maya immerse nella giungla. Immersioni nei cenotes, tanto mare e tanto sole.
MEXICO !!!!!
Il tour inizia in Chiapas. In alcuni villaggi la macchina fotografica è letteralmente bandita; una delle
credenze degli Indios è che apparendo in fotografia si perde l’anima.
Il villaggio di San Juan Chamula – non molto distante da San Cristobal de las Casas - è famoso per le pratiche
religiose, uniche nel loro genere.
Le strade e le piazze del villaggio sono in terra battuta. Al centro del paese si trova la chiesa principale.
Entrare è un’esperienza impagabile.
Sul pavimento, cosparso di aghi di pino, sono accese in ordine sparso, centinaia di candele.
L’odore dell’incenso e’ penetrante.
All’interno si celebrano riti sia pagani sia religiosi.
Piu’ decentrato, accanto alle rovine di una vecchia chiesa distrutta da un incendio, si trova il cimitero.
Le croci sono di tre colori: nere per chi è morto in età avanzata, bianche per i più giovani e blu per tutti
gli altri.
Nella piazza principale troneggia un monumento mostruoso che raffigura una lattina di Coca Cola. In pratica
e’ una lattina alta circa 10 metri e larga 4, tutta rossa con la tipica scritta bianca svolazzante.
Dinnanzi alla nostra espressione esterefatta Miguel – la nostra guida – spiega che la Coca Cola riveste un
ruolo primario nelle tradizionali cerimonie di questo popolo, in quanto viene utilizzata dai “curadores”
(o meglio sarebbe chiamarli “stregoni”) per curare gli ammalati.
La persona ammalata viene portata in chiesa e lì le viene fatto bere un sorso della famosissima bibita.
In base alla potenza del rutto, successivamente generato dal malcapitato, viene diagnosticata la gravità
della malattia. Grazie al rutto vengono altresì espulsi dal corpo gli spiriti maligni ….
Non osiamo commentare .. ma abbiamo scritto in fronte un bel "ma questi qua sono fuori di melone !"
Una volta diagnosticata la malattia, iniziano i rituali relativi alla cura.
L’ammalato viene fatto sdraiare per terra con intorno tutte le candele accese e sul suo corpo vengono rotte
e poi spalmate uova di gallina.
Galline vive vengono agitate sopra al corpo del paziente. A volte gli sfortunati pennuti (sempre che non
siano già morti di paura e crepacuore per i fatti loro ….) vengono uccisi e poi strofinati sul corpo
dell’ammalato affinché ne assorbano la malattia. Non sono riuscita a capire se poi i gallinacei, alla fine
di tutti i cerimoniali, finiscono arrosto oppure no... Miguel non mi
ha risposto
La cosa straordinaria è che questi Indios – che discendono dagli antichi Maya – si dichiarano cattolici, ma
è evidente che, nel corso dei secoli, il cattolicesimo è stato infarcito con ancestrali riti magici e credenze
pagane che hanno di fatto generato un nuovo culto.
All’interno della chiesa vi sono anche molte statue di Santi ma, dopo un controllo piu’ attento, scopriamo
che, curiosamente, a tutte le statue sono state amputate le braccia.
Miguel, serissimo, spiega che si tratta di una punizione. Prima le statue si trovavano nell’altra chiesa
(quella bruciata vicino al cimitero). Poiché in occasione dell’incendio le suddette statue hanno
manifestatamente dimostrato la loro disattenzione e inettitudine ( eh già … non hanno dato l’allarme ….)
lasciando bruciare la chiesa … ebbene …. sono state punite !
Superfluo dissertare sulla condizione della donna da queste parti …. basti dire che l’uomo ha la facolta’
di ripudiare la moglie allorche’ il sesso del nascituro è diverso da quello che lui si aspetta. Ma il fatto
eclatante è che il marito puo’ tranquillamente dichiarare se desiderava un maschio o una femmina dopo aver
visto il nascituro !
Tra l’altro la poligamia è abituale e le donne portano in dote, oltre a capi di bestiame e pelli conciate,
un congruo numero di …. lattine di Coca Cola !
L’esplorazione degli altipiani del Chiapas si conclude con l’antica citta’ di Palenque, una delle meraviglie
del Messico, posizionata in mezzo alla giungla.
La visita del sito richiede buone gambe (possibilmente
lunghe .. coscia molto lunga ….. ) e tanto fiato.
I gradini delle piramidi sono alti e stretti e se vuoi
arrivare in cima di fatica ne devi fare parecchia.
Il risultato è che mentre io (coscia purtroppo molto corta) arranco scompostamente verso le vette delle
piramidi, Claudio, seduto all’ombra, ovviamente alle base delle stesse, contratta il prezzo di un completo
casacca/pantalone bianco. E’ il classico abito dei peones messicani. Il cappello da gringo già se l’era
comperato a San Juan Chamula.
Prevedo tempi bui al nostro rientro in Italia ….
Le immersioni di fronte a Playa del Carmen sono piacevoli, anche se non eccezionali. Molto belle invece
le immersioni a Cozumel, dove troviamo splendide formazioni coralline, tantissimo pesce e una visibilità
favolosa.
Ma l’emozione più grande dal punto di vista subacqueo sono i cenotes.
In Messico si trova il più grande sistema di grotte sommerse del mondo. Partiamo da Playa del Carmen a
bordo di una jeep, attraversiamo un tratto di giungla e arriviamo al cenote Dos Ojos, dal quale si accede
alle grotte di Nohoh Nah Chich.
La caverne calcaree sono ricche di stalagtiti e stalagmiti; la luce in alcuni tratti filtra, in altri no
e il buio è quasi totale. C’è comunque un cavo guida e l’acqua è limpidissima tanto da dare la sensazione
che non ci sia affatto. Naturalmente non ci sono pesci.
Sono immersioni strane, in ambienti dove, tradizionalmente, solo gli speleosub sono di casa. Ma qui in
Messico è possibile provare questa emozione grazie alla vasta scelta di grotte e caverne che presentano
diversi gradi di difficoltà, in base alla preparazione dei subacquei.
Tutti i viaggi insegnano qualche cosa; adesso, nell’armadietto dei medicinali a bordo del Crater Lake,
c’è anche una lattina di Coca Cola ... per le galline, invece ... dobbiamo ancora attrezzarci !
THAILANDIA: Khao Lak e Similan Islands
Khao Lak: non è possibile dimenticare le terrificanti immagini riprese dal satellite e trasmesse
dalle televisioni di tutto il mondo nel dicembre 2004 dopo la furia dello Tsunami.
Increduli e inorriditi avevamo pianto dinnanzi alle immagini di quella tragedia che si stava
consumando a migliaia di chilometri da noi. Il pensiero era corso a quel sarto che in un’ora aveva sostituito la cerniera del mio zainetto e a quella ragazza che camminava in modo strano perché non era abituata ad indossare le scarpe chiuse col tacco.
Due anni prima, nel novembre 2002, eravamo là.
Dopo un tour nel nord della Thailandia, ai confini con la Birmania, avevamo scelto di terminare
la vacanza a Khao Lak perché era una localita’ molto meno conosciuta, e quindi meno turistica di Phuket.
Il paese si sviluppava lungo la costa ed era attraversato dalla strada provinciale che da Phuket
dirigeva a nord, verso il confine con il Myanmar.
Lungo la strada era un susseguirsi di negozietti: sarti, alimentari, casalinghi.
I resorts, di dimensioni contenute, si affacciavano tutti sul mare. Il nostro bungalow , al
Khaolak Tropicana Beach Resort, aveva la parete rivolta verso il mare tutta in vetro e al mattino
quando ci svegliavamo la prima cosa che vedevamo era l’azzurro dell’oceano.
Sotto le palme, che ornavano la lunghissima spiaggia, innumerevoli ristorantini, costruiti su
palafitte, offrivano menù a base di pesce.
Tutto intorno piantagioni di alberi della gomma e di palme, da cui ricavavano l’olio.
Avevamo noleggiato un motorino per poter raggiungere comodamente il Diving e per poter fare dei
giri nei dintorni.
Le spiagge più a nord erano deserte. Moltissime le barche dei pescatori che, verso sera, vedevamo
seduti in circolo ad aggiustare le reti colorate.
Tanti i bambini; davanti alle case, nei cortili in terra battuta, giocavano a palla e facevano a
gara con dei rudimentali monopattini. Quando passavamo ci salutavano ridendo e gridando “hello!”.
Da Khao Lak, tornando a sud verso Phuket, avevamo imboccato la strada che porta alla baia di Phan-Nga.
Eravamo partiti di buon mattino. Il paesaggio era magico. La strada tagliava le montagne verdissime.
Nuvole di nebbia si sollevavano dal terreno e avvolgevano i campi, mentre i primi raggi del sole
bucavano le nuvole.
Giunti in prossimità di Phang-Nga alcuni ragazzi ci avevano fermato, offrendosi come guide per
visitare il parco nazionale, sia terrestre sia marino.
La baia di Ao Phang-Nga era incantevole. All’orizzonte vedevamo spuntare dal mare dei cocuzzoli
di roccia ricoperti di vegetazione.
L’acqua era verde scuro e un po’ limacciosa. Da un punto di vista strettamente balneare la zona
non si poteva considerare molto invitante.
Con la barchetta di un pescatore, e la nostra giovane guida, avevamo girato nei canali tra le più
di 40 isole, costituite da enormi rocce verticali di natura calcarea tra le quali, la più famosa,
è l’isola di Ko Phing Kan (l’isola di James Bond) dove venne girata una parte del film "L’uomo dalla
pistola d’oro".
Le barche per le escursioni giornaliere alle isole Similan partivano da Thap Lamu, ubicata tra
Khao Lak e Phuket, ma eravamo riusciti ad organizzare le immersioni tramite il nostro diving di Khao Lak.
Le isole Similan si formarono 100-150 mila anni fa e la loro composizione attuale e' dovuta allo
smottamento delle rocce granitiche, scolpite dalla forza del vento e delle onde.
La parola "Similan" deriva dal nome malesiano "sembilan" che significa "Nove".
Nove sono appunto le isole granitiche ricoperte dalla giungla tropicale che compongono l’arcipelago
e che si sviluppano per circa 25 chilometri nel Mare delle Andamane. Rappresentano da sempre una
meta obbligata per i subacquei. La bellezza delle immersioni e’ indiscutibile; muri di corallo,
enormi gorgonie e spugne barile, grotte, formazioni rocciose.
A circa 50 miglia dalle isole Similan, vi sono le isole Surin. Sono 5 isole vicine, coperte da
folta vegetazione e abitate unicamente da una piccola comunità di pescatori. I fondali sono
meravigliosi: tantissimo colore, pesce in abbondanza e acqua limpida.
Anche le Surin sono
parco nazionale e qui si trova il famosissimo punto di immersione, scoperto da Jacque Cousteau:
“Richelieu Rock”
Si tratta di una montagna sommersa a circa 14 km sud-est di Surin Tai.
Dicono che questa immersione figuri tra le top-ten a livello mondiale e, a nostro giudizio, questa
fama e’ ben meritata.
Qui avevamo fatto l’immersione più bella.
Una scarpata a forma di ferro di cavallo con intorno tante altre rocce di dimensioni inferiori era
ricoperta da alcionari le cui sfumature andavano dal viola al rosso porpora. Le gorgonie erano
ovunque e raggiungevano dimensioni decisamente fuori dal normale.
Meravigliosi alcuni anemoni con i tentacoli rossi che ospitavano alcuni pesci pagliaccio.
Tutto intorno era affollato di pesci di tutte le qualita’ e, in risalita, avevamo avvistato anche
dei bei barracuda e alcuni carangidi.
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Sono passati 4 anni da quei giorni e spesso il pensiero è tornato a quei luoghi e a quelle persone.
Ricordiamo la loro dolcezza, i loro sorrisi, la loro spontaneità e la loro forza interiore.
Abbiamo visto, navigando in internet, che fortunatamente molto e’ stato fatto dal dicembre 2004.
Khao Lak è tornata ad essere una meta turistica, molti resorts, tra cui il nostro, sono stati
ricostruiti, la vita è ripresa.
Oggi speriamo che in molti visitino quei posti, perché al di là delle bellezze naturali
terrestri e marine, anche questo è un modo per aiutare quella gente meravigliosa, per ricominciare
e, soprattutto, per non dimenticare.



